Miniesercizio – 76 – La chiave sull’albero


Anche oggi vi proponiamo il Miniesercizio!
Questo tipo di esercizio ha l’ambizione di sviluppare la fantasia dello scrittore attraverso un approccio visivo di tipo statico, appunto una fotografia.
L’aspetto di osservazione è fondamentale in quanto bisogna essere in grado di raccontare ciò che si vede a qualcuno che appunto non vede quel che guardate voi. E non è semplice farlo in modo originale e credibile.
Inoltre con i tre parametri definiti ogni volta diversi proponiamo una “confusione” mentale che può far scaturire una storia che non immaginavate neanche di poter pensare.
Per concludere il limite di parole, che vi obbliga a non dilungarvi in concetti relativamente inutili o ripetitivi e a concentrarvi su un buon contenuto.
Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:
– Una chiave
– Un vecchio arrampicato su un albero
– Una specifica via di Berlino
– La foto seguente
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 Scrivete la vostra storia qui sotto nei commenti! Buon divertimento!

 

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13 pensieri su “Miniesercizio – 76 – La chiave sull’albero

  1. Questo è stato un poema per gli auguri del compleanno ad una persona molto cara.

    E allora quand’è stato quando hai scritto a quella ragazza anonima, dark, stronza, con una bio piena di acidità?
    Te la ricordi insomma..
    Ti ricordi di quelle foto,di quell’atteggiamento,di quel profilo.
    La classica ragazza che metteva il punto a fine di ogni frase,addirittura parola.
    Ebbene si,quella ragazza che era “impossibile” da conquistare ti sta scrivendo un bel poema proprio ora.
    La ragazza di ghiaccio in qualche modo è cambiata, magari non del tutto,però il cuore non ce l’ha più nascosto.
    Il suo cuore sta battendo per una persona, cosa che era impossibile immaginare.
    Tamara, Mara, è praticamente piena di emozioni stupende.
    Ritornata un pò come quand’era piccola,con le farfalline nello stomaco.
    Io una ragazza totalmente diversa dalle altre,
    tu,un ragazzo che ha bisogno di affetto,di amore, di sincerità.
    Beh,posso dirti una cosa.
    Anzi,ti dò una certezza.
    Non ho intenzione di romperti quel dolce cuore che hai dentro,non ho intenzione di andarmene da te,non ho intenzione di lasciarti.
    Quante conversazioni abbiamo avuto? Che poi conversazioni, litigate,sono un pò la stessa cosa perché sappiamo entrambi cosa intendiamo dire con quella parola.
    Per aspettare l’arcobaleno, devi sopportare la pioggia amore mio.
    Sopportare questi momenti no.
    Non voglio più vedere quei bellissimi occhioni piangere, li voglio vedere sorridere.
    Non voglio più vederti con brutti pensieri, ma con quelli belli.
    Voglio che in te nasca un nuovo ragazzo,un’uomo perché né hai passate,e di cervello né hai.
    Voglio vederti star bene,perché il tempo passa e tu devi rinascere, devi credere in te stesso,credere in me,credere il presente.
    Sono qui quando avrai bisogno.
    Sono qui sempre amore.
    Conta su di me,contaci amore mio bello,e bello sei,madonna se sei bello te.
    Bello da incantare,bello da non smettere di guardarti, osservarti,amarti.
    Cosa dici,vuoi cominciare una vita insieme con me?
    Io desidero veramente, desidero veramente cambiare la mia vita in meglio insieme con te.
    Per la prima volta, voglio una cosa seria, profonda ed unica.
    Te sei disposto? Disposto ad affrontare tutto quello che si porrà davanti a noi? Disposto a sopportare questa stronzetta?
    Beh,io desidero tanto.
    Mi immagino noi due abbracciati,due persone che hanno sofferto molto e che ora insieme combattono ogni male.
    Due persone che non possono stare l’una senza l’altra.
    Due persone immature che scherzano, ridono, si prendicchiano in giro a vicenda.
    Due persone che litigano per poi far pace ed essere più forti di prima.
    Due persone sotto lo stesso cielo,che si amano profondamente.
    Per il tuo compleanno, non ho da darti molto.
    Non riesco a venire da te con un regalo in mano.
    Non riesco a passare tutto il giorno insieme con te.
    Non ci sono fisicamente, ma ci sono.
    Ci sono e ci sarò sempre.
    Arriverà il nostro giorno, crediamoci,crediamo in noi.
    Non è mai troppo tardi.
    Auguri amore della mia vita.

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  2. C’era una volta un ragazzo di Berlino, si chiamava Klaus e faceva il cameriere.
    Klaus amava fare i percorsi di cannucce e fare il giro lungo attraverso il parco, quando tornava a casa.
    Quel pomeriggio passava dal sentiero degli olmi, quando sentì uno scricchiolio sopra di sé.
    Alzò lo sguardo e vide un’auto, impigliata tra i rami. Dallo strato di ruggine si capiva che era li da un po, chissà quanti anni. Ma l’auto non era da sola.
    Poco più su, un anziano uomo spostava le foglie, sembrava cercasse qualcosa.
    “Le serve una mano?” “Oh no no grazie Sto cercando le chiavi”
    “Ha perso le chiavi di casa?”
    “Certo che no mio caro, come potrei? Sono le chiavi di Pietro, vive in via Himmel, conosce?”
    “No, mi spiace. Ma quell’auto è sua? Com’è ci è finita li, lo sa?”
    “Ah si si, sono millenni che siamo qui, io e Betty. Sa, è cadendo qui che ho perso le chiavi.”

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  3. Si. Nessuno racconterebbe questa storia ma dovete sapere che in quella piccola via di Berlino, Griechische Allee, sicuramente dimenticata da qualunque Dio, un uomo anziano, si potrbbe dire che avesse sui 95 anni, se ne stava sdraiato su un piccolo albero senza foglie, a vederlo era così secco che si sarebbe spezzato con un soffio di vento, ma il vecchio era tranquillo e con un leggero sorriso in volto.
    Le persone passavano davanti alla via e non si degnavano di guardare, bisbigliavano solo considerazioni sul vecchio “dovrebbe crescere” “le persone della sua età non si comportano così” il vecchio si divertiva da morire ad ascoltare quella gente così uguale a tutti, aveva lavorato tutta la vita per essere diverso e come poteva pensare di ascoltarli? Beh prese una chiave, anche quella vecchia e piccola, la poggiò su di un ramo e improvvisamente si ritrovò nell’universo a galleggiare circondato da stelle brillanti come i suoi occhi mentre le guardava, era lì che andava quando, il mondo voleva farlo fuori, prese quella sua vecchia auto che ogni qual volta varcava il portale arrivava puntualissima dalle stelle e partí
    Immagino che quel vecchino stia ancora viaggiando tra i pianeti a bordo della sua auto …

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  4. @carly_hootowl

    In una via molto abitata di Berlino, Oderberger Strasse, la gente svolgeva la sua normale routine quotidiana. Le persone lavoravano, parlavano con i colleghi nelle ore di pausa, prendevano un caffè, e tornavano a casa la sera per concludere la giornata con la loro famiglia. Tutto normale. Ma nessuno, o forse in pochi sapevano dell’esistenza di un vecchietto che viveva su un albero molto grande e vecchio anch’esso, ma ricco di foglie. Sul terreno mosso dalle radici si trovava un’automobile molto arrugginita, con macchie di edera sparse per il cofano. Il vecchio era felice e spensierato e se ne stava lì ad osservare il cielo sopra un ramo molto rigido, ascoltando il suono delle foglie accarezzate dal vento. Qualche volta scendeva dall’albero per andare in quella macchina, c’era ancora la chiave infilata nella serratura ma dopo anni quella non si poteva più togliere. Così il vecchio saliva a bordo e girava la chiave, di poco perché più di tanto non si poteva. E poi il vecchio partiva nel suo mondo, immaginando di andare in un altro pianeta, lontano dall’ordinarietà e dalla schiavitù degli schemi, perché era quello il motivo per cui aveva deciso di abitare lì. Quei pochi che lo vedevano gli portavano da mangiare e se sentiva qualuno chiamarlo pazzo rideva sonoramente per nascondere quelle parole. Era libero, da tutto, e se ne sta ancora lì su quel ramo a guardare il cielo.

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  5. Il vecchio si alzò dalla panca scricchiolante
    “scrik scrak” fecero le giunture delle gambe ossute
    “scrik scrak” rispose il legno della vecchia seduta. Gli occhi acquosi dell’uomo percorsero nostalgici quella via trafficata nel pomeriggio morente, vedeva uomini in giacca e cravatta sgattaiolare lungo i marciapiedi, parlando a quelle piccole scatolette di vetro e metallo, vedeva donne camminare ritte ed impettite su quegli spilli chiamati tacchi, vedeva ragazzetti perdere il giorno, arrampicati sui muretti, ascoltando quella nuova musica così cacofonica per le vecchie orecchie dell’anziano. Ricordava il tempo in cui quella strada non era così trafficata, così spensierata ed animata… il tempo in cui il vecchio muro torreggiava spettrale su tutti loro.

    Il vecchio si massaggiò le tempie rugose e s’incamminò verso la fermata dell’autobus,
    “frush frush” fecero i vestiti inamidati
    “frush frush” gli rispose il fresco vento serale, il tempo stava cambiando.
    La notte scendeva veloce portando con se quell’oscurità vischiosa che pareva incollarsi ai pensieri, mentre fuori dai finestrini appannati gli ultimi stralci murati si innalzavano tetri, ottenebrando gli ultimi raggi del sole.
    Il bus piano piano si svuotava, ma il vecchio restava seduto, sorridendo tranquillo a quei suoi silenziosi compagni di viaggio. Quando tutti furono scesi, il conducente si voltò piano e sorrise a sua volta abbandonando il proprio posto
    “titin” fecero le chiavi nella sua tasca
    “titin” ripeterono una volta consegnate nelle mani del vecchio. Fatto questo l’autista scese sparendo oltre le vie di Berlino est.

    Il vecchio si alzò, infilò il cappello d’autista e se lo calcò sulla testa, mise in moto ancora una volta il vecchio bus cigolante e s’inoltrò nelle strade fuori dal centro. Raggiunse ben presto una vecchia rimessa, rossa sgrezzata, probabilmente arruginita, ma l’uomo sorrise e si sentì a casa, lontano dai ricordi di quel vecchio dolore.
    Scese dal mezzo
    “plik plok” fecero le prime gocce di pioggia
    “plik plok” fecero i vetri delle macchine del deposito battute dalla tempesta improvvisa.
    Il vecchio accelerò il passo e andò a rifugiarsi sotto quell’unico albero in un mare di vecchie lamiere, isola verde nella polvere arrugginita.
    I vecchi rami stanchi si adagiavano sul terreno, prendendosi una pausa dal sorreggere il cielo, l’uomo vi si arrampicò con non poco affanno, lasciando che le punte delle scarpe lucide sfiorassero il ghiaino.
    “ssshhh” fecero le foglie mosse dal vento
    “ssshhh” rispose il respiro tranquillo del vecchio guardiano addormentato.

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  6. Il ragazzo camminava, camminava e si guardava attorno.
    L’Altonae Street di Berlino aveva fatto della primavera il suo vestito, sfoggiando aiuole ben curate, colme di fiori dei più svariati colori e alberi d’un verde rigoglioso e ben potati.
    Alla fine della via si intravedeva il Tiergarten, con la sua distesa infinita di natura ribelle e incontrastata.
    Il ragazzo camminava, camminava e si guardava attorno.
    Ogni volta che aveva bisogno di pensare, di scappare anche solo con la mente dalla realtà si ritrovava al Tiergarten, si addentrava nel bosco, superava l’albero con la croce incisa e si arrampicava sulla Sua Quercia, come gli piaceva chiamarla.
    Quel giorno, giunto al suo pensatoio vi trovò qualcosa di impossibile da credere.
    Impigliata nei rami dove era solito sedersi vi trovò un’auto, chiaramente d’epoca, arrugginita, i rami e le foglie coprivano il cofano quasi interamente, come se fosse stata lì per una cinquantina di anni.
    Il ragazzo non capiva come fosse possibile.
    In tutti gli anni passati a recarsi alla quercia non aveva mai visto quell’auto e non poteva di certo esserci finita da qualche giorno.
    Avrebbe dovuto parlarne a qualcuno, certamente ne avrebbe ricavato una spiegazione, ma qualcosa lo spinse a raggiungere l’auto arrampicandosi.
    Mise il piede sulla prima sporgenza quando una voce lo fece sussultare:
    “Ragazzo che ci fai qui?”
    Alzò gli occhi e vide un vecchietto appollaiato sul suo ramo.
    Lo guardava con un sorriso malinconico.
    “Salve, scusi il disturbo” rispose il ragazzo “ma sono solito venire qui quando ho bisogno di…ecco…staccare la spina. L’auto è sua? Scusi l’indiscrezione ma come ci è finita lassù?”
    Il sorriso del vecchio si allargò.
    “Certo che ne fai di domande.
    Ragazzo risponderò ma non voglio spaventarti.
    Io sono morto 54 anni orsono, in un incidente d’auto. Sono sempre stato un brav’uomo, dico davvero, ma alla mia morte non ho trovato un posto dove andare. Mi sono ritrovato su questa macchina, bloccato su questo albero, mia moglie mi chiama dalle stelle, la sento, voglio andare da lei, ma per farlo mi serve la chiave dell’auto, così potrò volare finalmente, essere libero da queste catene e ricongiungermi a chi amo.
    Aiutami a cercarla. Ti prego.”
    Il sorriso si era tramutato in lacrime di disperazione.
    Il ragazzo non perse tempo a decidere se la cosa fosse possibile o meno.
    Il ragazzo ebbe fiducia nel vecchio.
    Lo abbracciò.
    “Non hai bisogno di una chiave.
    Hai bisogno di credere che volare da lei sia possibile.
    I rami dell’albero ti bloccano, rappresentano le tue paure, la paura di non essere abbastanza forte da lasciare questo mondo, da riuscire a volare, la macchina rappresenta l’essere ancorato ancora a questo mondo. La tua chiave non è un oggetto. È la fiducia in te stesso, con quella riuscirai a volare.
    Abbandona la macchina, sposta quei rami e trasforma quella chiave in delle ali.
    Vola!”
    Il vecchio smise di piangere.
    Sulle sue spalle iniziarono a spuntare delle ali, il vecchio sorrise e tornò al suo aspetto di 50 anni prima, un ragazzo poco più che ventenne.
    “La mia chiave ragazzo, sei stato tu.
    Grazie.”
    Si librò in volo.
    Il ragazzo mormorò: “Addio.”
    Una lacrima di commozione scesa dalla guancia incontrò il suo sorriso.
    Al ragazzo in piedi sul ramo le stelle offrirono un ultimo spettacolo.
    Le costellazioni si piegarono a formare una giovane coppia di innamorati, sulle spalle del giovane non poté fare a meno di notare delle ali.

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  7. A Berlino una vecchia Lada ormai arrugginita sostava chissà da quanti anni sulla strada del parco di periferia.
    Sentendo rumore sopra di me alzai lo sguardo e vidi sopra un albero un uomo anziano, per non dire vecchio, che si arrampicava tra i rami maledicendo e inseguendo una gazza che nel becco teneva la chiave della macchina.

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  8. Seduto sulla sua comoda poltrona, non osava nemmeno alzarsi per posare la tazza di tè. Preferiva tenerla stretta tra le mani, e rimanere ancora un po’ ad osservare il fuoco. Quel fuoco così caldo ed avvolgente lo attirava a sé. Lo rendeva più vivo di quanto in realtà fosse.
    Chiuse gli occhi ed assaporò quel suo piccolo momento di tranquillità.

    Riusciva a vedere la strada di Berlino che un tempo percorreva ogni giorno per andare a scuola. Bloe Street, così si chiamava. Forse volevano scrivere blue. Fu un errore.
    Non passava mai nessuno. Quella strada era popolata da fantasmi. Nella sua testa era così. Ne era fermamente convinto.
    Ripensandoci sorrise.
    Crescendo non si era mosso da quella città, da quella strada. E con il tempo si era trasformato nel fantasma di cui aveva tanta paura da piccolo.
    Un altro sospiro.
    Finalmente trovò il coraggio di alzarsi e si affacciò alla finestra. Quanti rimpianti, quante parole non dette, quanti sogni gettati!
    Volle uscire. L’idea d’essere un signor nessuno lo incupiva.
    Uscì, nonostante il freddo.
    Vide l’unico albero che era sopravvissuto.
    Era alto.
    Ai suoi tempi si arrampicava fino alla cima, senza il minimo sforzo. Chissà ora.
    “Proviamo.” disse fra sé.
    Ci riuscì, anche se arrivò a stento al primo ramo. Meno di un metro d’altezza. Tuttavia il mondo da lì gli appariva così piccolo. E riuscì a vedere finalmente quanto stretta e corta fosse Bloe Street. Quanto piccola fosse la sua gabbia.
    Sul ramo alla sua destra c’era disegnato qualcosa. Ora lo vedeva con più chiarezza.
    E come in un flashback, ricordò dettagliatamente un libro che lesse da bambino. Era la storia di uomo alla continua ricerca della felicità. Che viaggiava a bordo della sua auto senza fermarsi, senza godersi il viaggio. Un giorno rimase impigliato tra due rami e preoccupato cercò in tutti i modi di liberarsi. Alla fine decise di proseguire a piedi e solo godendosi il cammino, si rese conto di quante cose si stava perdendo.
    Il lui-bambino, profondamente colpito dalla storia, decise allora di incidere sul ramo una chiave, magari proprio quella di cui aveva bisogno il signore. Senza una spiegazione precisa.
    Solo per ricordarsi che talvolta la soluzione è proprio sotto i propri occhi.
    E ora il vecchio ringrazia il lui del passato per avergli ricordato cosa fare.
    Riprendere il controllo della propria vita.
    Il vecchio scese dall’albero e si precipitò alla sua auto parcheggiata sul lato destra della strada. Si mise in moto. Sapeva dove andare e cosa fare.
    Era troppo preso per guardarsi in dietro e lanciare un ultimo sguardo a Bloe Street.
    Iniziava la sua vera vita.
    Un ultima esitazione e poi girò la chiave. L’auto partí, pronta per un nuovo viaggio.

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  9. Quella mattina, passando in Frankfurter Allee, vidi un anziano signore arrampicato su un albero. In un primo momento, data l’assurdità e la pericolosità della situazione, mi venne spontaneo dirgli di scendere; poi, però, decisi di fermarmi a osservarlo: lo sguardo perso nel vuoto, un lieve sorriso sulle labbra, le mani intente a giocherellare con una chiave.
    “Ehi, lei, cosa ci fa lì sopra?”
    “Ho appena trovato la pace, signorina. Vuole salire?”
    “Non posso, non sono capace di arrampicarmi.”
    “È un peccato, un vero peccato… mi faccia un piacere: vede quella macchina laggiù? Ho lasciato la mia giacca sul sedile posteriore, può portarmela?”
    “Certo.”
    L’anziano lasciò cadere la chiave a terra, in mezzo all’erba. Dopo averla raccolta, corsi fino all’auto che mi aveva indicato. La carrozzeria era ricoperta di ruggine e muschio, come se fosse stata per anni in un bosco, ferma e dimenticata. Aprii la portiera cigolante, afferrai la giacca e, una volta giunta ai piedi dell’albero, gliela lanciai. Il vecchio infilò la mano nel taschino e ne estrasse una piccola fotografia ingiallita, guardandola con gli occhi velati dalla lacrime.
    “Questa è mia moglie. Da quando è venuta a mancare, cerco alberi sempre più alti su cui arrampicarmi. Più mi avvicino al cielo, più mi sembra di avvicinarmi a lei.”

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  10. con un po’ di ritardo propongo il mio esercizio

    Pieter camminava lungo Unter den Linden verso la porta di Brandeburgo quando si chinò a raccogliere una chiave. Rimase sorpreso perché era come quelle che si usano per aprire le vecchie porte, arrugginita e scomoda da mettere in tasca.
    Girò lo sguardo intorno a sé per vedere se qualcuno la reclamava. Rimase basito, perché ebbe l’impressione di essere invisibile. Avvertiva lo sfioramento dei corpi ma loro non provavano la medesima impressione.
    “Che sia fatata?” si chiese, stringendola e fu catapultato in un altro mondo.
    Si trovava in una foresta dove il sole faticava a penetrare. Odore di muschio, di umidità stantia. Si guardò intorno: “Dove sono finito?” ma non capì nulla salvo che aveva dismesso il gessato e il cappotto foderato di agnello. Le eleganti scarpe erano sparite e i piedi erano nudi incrostati di fango.
    Sbigottito con la chiave in mano mosse un passo sul tappetto verde di soffice erba. In preda al panico si diresse verso l’albero dalla chioma ampia come il suo giardino.
    Alzò gli occhi, sgranandoli perché seduto sul ramo stava il vecchio Adolf che lo salutò con la mano.
    Diede una capocciata contro il tronco mentre guardava in alto svegliandosi in un lago di sudore.

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