Miniesercizio – 77 – Una camminata difficile


Anche oggi vi proponiamo il Miniesercizio!
Questo tipo di esercizio ha l’ambizione di sviluppare la fantasia dello scrittore attraverso un approccio visivo di tipo statico, appunto una fotografia.
L’aspetto di osservazione è fondamentale in quanto bisogna essere in grado di raccontare ciò che si vede a qualcuno che appunto non vede quel che guardate voi. E non è semplice farlo in modo originale e credibile.
Inoltre con i tre parametri definiti ogni volta diversi proponiamo una “confusione” mentale che può far scaturire una storia che non immaginavate neanche di poter pensare.
Per concludere il limite di parole, che vi obbliga a non dilungarvi in concetti relativamente inutili o ripetitivi e a concentrarvi su un buon contenuto.
Inventate una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:
– Una parola che nessuno può dire
– Un venditore zoppo
– Una città dell’estremo oriente
– La foto seguente
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 Scrivete la vostra storia qui sotto nei commenti! Buon divertimento!

 

Invitate i vostri amici su scriverecreativo.wordpress.com!

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6 pensieri su “Miniesercizio – 77 – Una camminata difficile

  1. Cominciai dicendo “C’era una volta…”, perché era quello il modo che avevo di vendere i miei prodotti. Quello, e il mio aspetto, che mi hanno descritto sin da quando sono nato. Perché dove la natura ha lasciato perdere le basi -la gamba destra, l’udito e la vista all’occhio sinistro- si è dilungata nel resto. Ho la voce e l’aspetto più belli dell’Oriente, immensamente diversi da quei barbari europei dai molti Dei, o quei barbuti degli ebrei e il loro Dio misericordioso. Iddio è potente e terribile, e la sua prova sono io, che parlo ma non posso udire. Ma quando parlo tutti mi ascoltano. Ripresi. “Un uomo che aveva una cosa che voi non avete, ma lui è io sì: la magia. Io e lui sappiamo creare fiocchi di neve, sappiamo parlare ma non ascoltare perché non ci interessa quello che voi avete da dire. Quello che ci interessa è far raggiungere la perfezione al mondo, la perfezione di questo.” E presi dalla tasca il mio Fiocco di Neve. “Questo è un piccolo cristallo con su incisa una parola, che io chiamo la Prossima Parola della ricchezza. Per la modica cifra di trecento denari la mia bellissima clientela potrà acquistarla e, se riuscirà a pronunciarla, sarà ricco per sempre. Lo vendo perché io ho bisogno di sfide e lavori, non di godermi la ricchezza. Per cui fatevi avanti!” Le modalità dell’esame mie vendite erano sempre le stesse: non si contrattacca, e se volevi comprare ponevo i soldi sul carro e avevi l’oggetto. Tutti mi guardavano perplessi, dopo il mio racconti, rendendosi conto dei numerosi buchi narrativi. Poi, un giovanotto più spavaldo degli altri si fece avanti e acquistò l’oggetto. Come sempre, la folla si disperse è io ripresi il mio cammino. Ovviamente, il cristallo era una bufala, come tutto quello che vendevo… Tranne una cosa. Qualcosa che non era ancora arrivato dall’Occidente, ma che presto avrebbero tutti conosciuto. Una Parolo a che qui non pronunciamo ma che mi sembra che nella loro lingua si chiami “bugia”. Non vendo nient’altro, e a Dio piacendo così.

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  2. Il ragazzo si aggirava furtivo fra le bancarelle. Quasi come fosse alla ricerca di qualcosa. Si guardava intorno e continuava a camminare. Alcuni pensavano che fosse stupido, altri che stesse rubando. Ma la verità era che non sapeva dove andare, si era perso. Il mercato era così grande che non ricordava più da dove fosse venuto. Non si fidava e non chiedeva aiuto. Vedeva come i passanti lo scrutavano. Era diverso.
    D’altronde quegli occhi cosí verdi non potevano mentire.
    Si fermò di colpo davanti un uomo, un po’ zoppicante. Aveva un gran tendone dove aveva esposto tanti cimeli antichi.
    “Non sei del luogo, eh.” disse l’uomo sorridendogli. Probabilmente aveva capito il suo imbarazzo.
    “Che ci fai qui? Non c’è molto da fare in una città piccola come questa.”
    “Avevo bisogno di viaggiare, di andarmene lontano. L’Indonesia mi ha sempre allettato. E qui, è tutto così diverso. Avevo bisogno di cambiamento.”
    “Vorrei avere il tuo stesso interesse, sai?”
    Il ragazzo non seppe che dire.
    Una goccia d’acqua cadde rumorosa su una bicicletta accasciata lì vicino.
    “Vieni.” e gli fece segno d’entrare.
    “Cosa vuoi? Prendi qualunque cosa e vattene via.” aggiunse. Il suo tono era cambiato, ora sembra a arrabbiato.
    “Non sono un ladro e sono appena arrivato, non me ne andrò.” rispose lui cocciuto.
    L’uomo lo trafisse con uno sguardo.
    “Sai cosa vendo io? Stupidaggini! Da vendere ai ricchi o agli stupidi. Sono esausto. Vorrei poter comprare l’unica cosa di cui ho realmente bisogno.
    La libertà.
    Questa parola che nemmeno può essere pronunciata.
    Libertà.
    È da tempo che ci è stata strappata e noi non abbiamo fatto nulla.
    Nell’aria c’è un profumo diverso. Lo senti? Questo è la ribellione. Quindi stammi a sentire. Vattene. È una guerra che non ti riguarda.
    Sono un mercante, ti vendo l’unica cosa che ti permetterà di vivere.”
    E così dicendo gli porse un ombrello. Lo sfilò velocemente e divenne un pugnale. Poi nascose di nuovo l’arma.
    “Piove. E la tempesta non è ancora arrivata! Va via, ora!”
    Il ragazzo scappò nella direzione indicatogli dal mercante. Correva veloce, sempre più veloce. Pioveva, e il vento spingeva avanti. Sotto l’ombrello, che lo proteggeva, tremava tutto. Prese il primo aereo e tornò a casa.
    Al telegiornale seppe del numero di morti in quella piccola cittadina. Ancora ora, si ritrova a pensare a quel mercante zoppicante. Non avrebbe mai potuto vincere in quelle condizioni ma in cuor suo spera che sia ancora vivo. Perché a quell’uomo deve la vita, deve i sogni che non ha ancora realizzato e i piaceri quotidiani. A quell’uomo deve qualcosa. Ha ancora il suo ombrello.

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  3. No tutto tranne quella parola eppure trasudava da ogni angolo del quartiere ma nessuno osava pronunciarla.Piovigginava dalla mattina e il grigio delle nuvole aveva tolto  la luce e forse anche la vitalità alla piazzetta poco distante dal molo dove l’unica voce che risuonava era quella del venditore zoppo che si trascinava sperando di potere guadagnare qualche spicciolo vendendo i suoi porta fortuna.

    Murakami e la sua pacifica spiaggia , il suo mare appena increspato dal vento parevano essere paralizzate, un paesaggio senza sonoro eppure la vita scorreva.

    Le persone passeggiavano, i vecchietti nel bar sorseggiando il tè chiacchieravano e volgevano lo sguardo in direzione di un vicolo in cui era rimasto a terra un ombrello nero aperto che ancora riparava dalle gocce quei pochi centimetri di strada dove tutto si era compiuto.

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  4. Ho sempre amato
    Il rumore che
    La pioggia
    Fa quando tocca
    L’ombrello.

    Tic..
    ..tac.

    Sembra il rumore
    Delle lancette
    Di un orologio.
    Rumore che ti fa capire
    Che il tempo scorre
    Sempre
    E nessuno può fermarlo.

    Tic…
    …tac.

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  5. Sofia camminava per le vie di Tokyo osservando i passanti che la sfioravano. Qualcuno con un inchino sembrava volersi scusare di averla lambita. Era un mondo diverso da quello in cui era vissuta.
    Aveva vinto un favoloso viaggio di una settimana a Tokyo collezionando le figurine Liebig, che aveva deciso di premiare i clienti affezionati ai suoi prodotti.
    Sofia adesso si trovava lì in mezzo a gente sconosciuta, che parlavano un linguaggio strano composto da segni ancor più misteriosi. Era tutto un inchino. “Prego, prima lei”. “No, prima lei”. E così rimassero sulla soglia del negozio per ore a scambiarsi cortesie, finché esausti non decisero di andarsene senza essere entrati nella bottega.
    Sofia era senza parole nel vedere questo siparietto che non riusciva a capire. “Stare impalati per ore per stabilire chi deve entrare per primo” pensò Sofia, mentre guardava la vetrina di un verduraio. “Mi sembra uno spreco senza senso”.
    Alzò gli occhi e lesse l’insegna “Frutta e verdura di Haruki Yamamoto”, mentre dentro vide un omino grinzoso che zoppicava. Dal labiale evinse che stava pronunciando un’imprecazione scurrile.
    Non seppe il perché ma scoppiò a ridere. “Anche in Giappone si usano pronunciare le parolacce” si disse, mentre si allontanava.

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